In trentasei anni l’Italia è cambiata profondamente. Sono cambiati il mercato del lavoro, la composizione delle famiglie, il modo di produrre, di consumare e di abitare. C’è però un indicatore che si è mosso pochissimo, e nella direzione sbagliata: il potere d’acquisto delle retribuzioni.
Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, tra il 1990 e il 2026 la retribuzione lorda media dei dipendenti privati si è ridotta del 6,6% in termini reali. Il dato tiene quindi già conto dell’inflazione e non descrive una semplice variazione degli importi riportati in busta paga: indica che, mediamente, con il salario di oggi si acquistano meno beni e servizi di quanti se ne potessero comprare allora.
Anche le serie dell’OCSE, costruite con una metodologia diversa e riferite ai salari medi annui dei dipendenti equivalenti a tempo pieno, restituiscono lo stesso quadro: nel 2024 il salario reale medio italiano era ancora leggermente inferiore a quello del 1990. Non è necessario forzare il confronto tra stime non perfettamente sovrapponibili. Il punto comune è già sufficientemente netto: mentre in molti altri Paesi avanzati le retribuzioni reali sono cresciute, in Italia sono rimaste sostanzialmente ferme.
Questa stagnazione non significa che ogni lavoratore guadagni oggi meno di trent’anni fa. Le medie non descrivono tutte le carriere individuali e risentono della composizione dell’occupazione, della diffusione del part-time e dei periodi effettivamente lavorati. Mostrano però un limite strutturale: la crescita economica italiana non è riuscita a tradursi in un aumento duraturo del potere d’acquisto del lavoro. L’OCSE individua nella debole dinamica della produttività uno dei principali nodi di lungo periodo.
Il problema della casa è l’accessibilità, non un unico prezzo nazionale
Per comprendere le conseguenze sociali dei salari fermi, la casa è il punto di osservazione più importante. Occorre però evitare una semplificazione: non è corretto affermare che, in tutta Italia, gli immobili siano diventati sempre più costosi in termini reali e senza interruzioni.
Le rilevazioni europee mostrano un mercato molto meno lineare. Tra il 2010 e il 2024 l’Italia è stata l’unico Paese dell’Unione europea, insieme a Cipro, a non registrare un aumento dei prezzi nominali delle abitazioni. Secondo la Banca dei regolamenti internazionali, nel 2025 i prezzi reali delle case italiane risultavano ancora inferiori di circa il 25% rispetto al 2010. Anche l’OCSE rileva che il rapporto nazionale tra prezzi delle abitazioni e redditi è rimasto relativamente stabile per una parte significativa degli ultimi decenni.
Questo non significa che la casa sia facilmente accessibile. Significa che il problema va descritto meglio. La media nazionale nasconde forti differenze tra città, periferie e aree interne; tra abitazioni nuove e usate; tra acquisto e locazione. Nei centri in cui si concentrano lavoro, università e servizi, prezzi e canoni possono essere molto più elevati della media. A ciò si aggiungono l’anticipo necessario per acquistare, le garanzie richieste dalle banche, i tassi sui mutui e l’incertezza del reddito. Per un giovane con uno stipendio basso o discontinuo, una casa può quindi essere irraggiungibile anche se l’indice nazionale dei prezzi non ha superato i massimi storici.
La fase più recente segnala inoltre una nuova accelerazione: nel primo trimestre 2026, ultimo dato Istat disponibile, i prezzi delle abitazioni sono aumentati del 5,2% rispetto allo stesso periodo del 2025. È un dato congiunturale importante, ma non autorizza da solo a ricostruire l’intero periodo dal 1990 come una crescita continua.
I giovani partono da redditi più bassi e meno continui
La stagnazione salariale media pesa in modo particolare sulle nuove generazioni. I dati INPS sui dipendenti privati non agricoli indicano per il 2024 una retribuzione media annua di 24.486 euro. Il valore annuale, tuttavia, dipende non soltanto dalla paga ma anche dal numero di giornate lavorate: chi entra nel mercato del lavoro, alterna contratti o lavora per una parte dell’anno accumula inevitabilmente un reddito più basso.
Il divario generazionale emerge anche confrontando le retribuzioni orarie, che riducono l’effetto della diversa durata del lavoro. Secondo l’Istat, nel 2022 gli under 30 percepivano in media 11,90 euro lordi l’ora, il 36,4% in meno dei dipendenti con almeno 50 anni, fermi a 18,70 euro. I lavoratori a tempo determinato guadagnavano inoltre il 24,6% in meno, su base oraria, rispetto a quelli a tempo indeterminato.
Il dato non dimostra che due persone con lo stesso ruolo siano pagate diversamente soltanto a causa dell’età: contano esperienza, qualifica, settore e anzianità. Dimostra però che i giovani sono concentrati nelle posizioni meno remunerate e meno protette. Il risultato concreto è un reddito disponibile più basso proprio negli anni in cui occorrerebbe costruire autonomia, risparmiare per un’abitazione e programmare una famiglia.
La distanza dal 1990 non riguarda quindi soltanto l’importo dello stipendio. Nel 1990 il lavoro a termine, in Italia, era un’eccezione regolata in modo molto restrittivo. L’ampliamento delle forme contrattuali flessibili si è sviluppato soprattutto con il “Pacchetto Treu” del 1997 e, successivamente, con la legge Biagi del 2003. Un giovane che entrava nel mercato del lavoro all’inizio degli anni Novanta aveva dunque, in termini generali, maggiori probabilità di costruire un percorso professionale stabile rispetto a molti giovani di oggi. La flessibilità ha favorito nuove possibilità d’ingresso nel mercato, ma per una parte dei lavoratori ha anche prodotto carriere più frammentate e redditi meno prevedibili. E un reddito incerto vale meno di un reddito stabile quando si deve firmare un contratto di affitto, chiedere un mutuo o programmare la nascita di un figlio.
L’autonomia si è spostata in avanti
Le conseguenze si leggono nelle tappe della vita adulta. Nel 2024 i giovani italiani hanno lasciato la casa dei genitori, in media, a 30,1 anni, contro i 26,2 anni dell’Unione europea. Soltanto pochi Paesi europei presentavano valori più elevati. Il confronto non prova che la causa sia esclusivamente economica: incidono anche il modello familiare, la durata degli studi, le differenze territoriali e le politiche abitative. Tuttavia, la combinazione di salari bassi, occupazione discontinua e difficoltà di accesso alla casa costituisce un ostacolo evidente all’autonomia.
Anche matrimonio e genitorialità sono stati rinviati. Nel 2024 l’età media alle prime nozze ha raggiunto 34,8 anni per gli uomini e 32,8 per le donne. Nel 2024 l’età media alla nascita del primo figlio è arrivata a 31,9 anni, contro 28,1 nel 1995. Sono trasformazioni che dipendono anche da scelte culturali, maggiore istruzione, partecipazione femminile al lavoro e nuove forme familiari. Sarebbe quindi scorretto presentarle come il risultato meccanico dei soli salari. Ma sarebbe altrettanto scorretto ignorare il peso delle condizioni economiche: progettare una famiglia diventa più difficile quando non si sa quanto durerà il contratto di lavoro o quale quota del reddito sarà assorbita dall’abitazione.
Non è soltanto una questione di prezzi
Il punto, dunque, non è dimostrare che ogni bene costi oggi più che nel 1990. Alcuni prodotti sono diventati relativamente meno cari, altri più costosi; la qualità e la tecnologia sono cambiate e molti confronti diretti rischiano di essere ingannevoli. La questione centrale è un’altra: il reddito da lavoro italiano non è cresciuto abbastanza da ampliare le possibilità delle persone.
Per chi possiede già una casa o può contare sull’aiuto della famiglia, la stagnazione salariale può essere attenuata dal patrimonio. Per chi parte senza risparmi, invece, anche un mercato immobiliare nazionale non eccezionalmente caro può restare inaccessibile. È qui che il divario diventa anche generazionale e sociale: non conta soltanto quanto si guadagna, ma quali risorse familiari si hanno alle spalle.
Il ritardo con cui molti giovani lasciano la casa dei genitori, si sposano o hanno il primo figlio non può essere liquidato come un semplice cambiamento di valori. È il risultato di fattori diversi, tra i quali occupano un posto decisivo la debole crescita delle retribuzioni, la discontinuità lavorativa e l’accesso selettivo all’abitazione. Dopo oltre trent’anni di salari reali stagnanti, diventare adulti non è necessariamente più costoso in ogni singola voce di spesa. È, però, diventato più difficile farlo contando soltanto sul proprio lavoro.