La spesa settimanale pesa sempre di più sul bilancio familiare. Ma non è solo colpa dei prezzi che salgono: da anni, sugli stessi scaffali, le confezioni si sono fatte più piccole senza che il prezzo cambiasse. Per una famiglia che fa la spesa ogni settimana, questo significa dover comprare più pacchi, più flaconi, più confezioni per avere la stessa quantità di prima — un aggravio di spesa che non compare mai, chiaramente, nello scontrino.
Cos’è, in concreto, per chi fa la spesa
La riduflazione (shrinkflation) è la riduzione della quantità o del peso di un prodotto, a fronte di un prezzo che resta invariato — o che addirittura aumenta. Per una famiglia italiana significa, in pratica, che il pacco di pasta da un chilo di qualche anno fa oggi ne contiene 900 grammi, che il barattolo di caffè è più leggero, che la confezione di pannolini “formato famiglia” ne contiene qualcuno in meno. Il prezzo sullo scaffale è identico. Quello che cambia — verso il basso — è la quantità reale che si porta a casa.
Non è un’impressione né un’esagerazione: il mercato dei beni di largo consumo coinvolto vale, in Italia, circa 120 miliardi di euro l’anno, e secondo le stime del Codacons gli aumenti occulti generati da questa pratica oscillano mediamente tra il 10% e il 18%, con punte che in alcuni casi toccano il 40%. Un’indagine di Federconsumatori del giugno 2026 ha rilevato, solo sui gelati — un prodotto molto presente nella spesa estiva delle famiglie con bambini — riduzioni di quantità fino al 16,67%, a fronte di prezzi comunque in aumento.
Da quando le famiglie italiane hanno iniziato a farci i conti
Il fenomeno non nasce con il Covid: nei primi due anni di pandemia (2020-2021) è anzi marginale. È tra il 2022 e il 2024 che esplode davvero, quando si sommano gli effetti delle crisi delle filiere globali e il forte rincaro dell’energia legato alla guerra in Ucraina. È in quel periodo che molte famiglie iniziano a percepire concretamente — pur senza avere gli strumenti per dimostrarlo — che “la spesa non basta più come prima”. Il 2022 è anche l’anno in cui le associazioni dei consumatori iniziano a raccogliere le prime segnalazioni formali su gelati, biscotti, detersivi, prodotti da colazione: proprio i beni che riempiono più spesso il carrello di una famiglia media.
La prima legge a tutela delle famiglie: l’etichetta obbligatoria
La prima risposta arriva con la legge 23 dicembre 2024, n. 193, che introduce l’articolo 15-bis del Codice del consumo. La norma imponeva alle aziende, quando riducevano la quantità di un prodotto lasciando invariato prezzo e confezione, di scriverlo chiaramente:
“Questa confezione contiene un prodotto inferiore di X (unità di misura) rispetto alla precedente quantità”
L’avviso doveva restare sulla confezione per sei mesi. Era pensato per essere visto proprio nel momento in cui una madre, un padre, chi fa la spesa per la famiglia, prende il prodotto dallo scaffale e decide se metterlo nel carrello.
Lo stop di Bruxelles e la tutela che si affievolisce
Nel marzo 2025 la Commissione europea contesta questa etichetta, giudicandola una barriera al mercato unico, e apre una procedura d’infrazione contro l’Italia. Il Governo è costretto a riscrivere la norma. Il risultato, notificato a Bruxelles il 15 aprile 2026, cambia le cose in un modo che riguarda direttamente le famiglie:
| Prima (2023-2024) | Ora (2026) | |
|---|---|---|
| Dove si trova l’avviso | Sulla confezione, sotto gli occhi di chi fa la spesa | Non più sul prodotto: passa tra produttore, distributore e negozio |
| Chi deve informare il consumatore | Il produttore, direttamente | Il punto vendita, se e come sceglie di esporlo |
| Per quanto tempo | 6 mesi | 3 mesi |
| Quanto è facile accorgersene | Diretto e garantito | Dipende dal negozio: un cartello, se c’è |
Per una famiglia che fa la spesa velocemente, magari con i figli al seguito, la differenza è concreta: prima l’informazione era lì, sul prodotto, difficile da non vedere. Ora bisogna sperare che il supermercato esponga un cartello ben visibile — e che non si perda tra le tante altre etichette e promozioni sullo scaffale.
Va detto con chiarezza: ridurre la quantità di un prodotto non è, e non è mai stato, illegale. La norma non vieta questa pratica: impone solo un obbligo di trasparenza — e proprio quella trasparenza, con il nuovo decreto, si è fatta più debole.
A che punto siamo oggi
Il 15 luglio 2026 si è chiuso il periodo di osservazione europeo sul nuovo decreto, e non essendo arrivati ulteriori rilievi da Bruxelles, l’impianto con la comunicazione di filiera è considerato approvato a livello comunitario. Questo però non vuol dire che sia già legge operativa in Italia: mancano ancora l’approvazione formale in Consiglio dei Ministri e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, passaggi che alle fonti più recenti disponibili non risultavano ancora completati.
Nel frattempo, resta tecnicamente in vigore la regola precedente: l’obbligo di etichetta diretta sulla confezione, in base all’articolo 15-bis nella sua formulazione originaria.
Cosa possono fare le famiglie, nel frattempo
In attesa che il quadro normativo si stabilizzi, l’unico strumento davvero nelle mani di chi fa la spesa resta l’attenzione al prezzo al chilo o al litro, indicato per legge sugli scaffali: è l’unico dato che permette di confrontare davvero la convenienza di un prodotto nel tempo, a prescindere da quanto è scritto — o non scritto — sulla confezione.