Al momento stai visualizzando L’Italia tra i Paesi con il lavoro più tassato d’Europa

Uno stipendio lordo dignitoso che si trasforma in un netto che a fine mese non basta. È l’esperienza quotidiana di milioni di lavoratori italiani, e non è solo una sensazione: i dati OCSE confermano che l’Italia ha uno dei cunei fiscali più alti d’Europa. Vediamo cosa significa in concreto e perché è uno dei fattori strutturali dietro la fragilità economica delle famiglie.

Cos’è il cuneo fiscale, in parole semplici

Il cuneo fiscale è la differenza tra quanto un’azienda spende complessivamente per un dipendente (il cosiddetto costo del lavoro) e quanto quel dipendente riceve effettivamente in busta paga. In mezzo ci sono IRPEF, addizionali regionali e comunali, e i contributi previdenziali versati sia dal lavoratore che dal datore di lavoro.

Un esempio aiuta a capire la portata del fenomeno: con un salario lordo di 60.000 euro l’anno, il costo complessivo per l’azienda sale a circa 90.000 euro, mentre quello che arriva davvero nelle tasche del lavoratore si ferma a poco meno di 36.000 euro netti. Più della metà del valore generato dal lavoro si perde per strada tra tasse e contributi.

I numeri: l’Italia al quarto posto in Europa

Secondo il rapporto “Taxing Wages 2026” dell’OCSE, basato sui dati fiscali del 2025, l’Italia si colloca al quarto posto tra i Paesi europei per incidenza del cuneo fiscale, con il 47,1% del costo del lavoro, contro una media europea di circa il 35%. Per un lavoratore medio single, secondo altre elaborazioni sugli stessi dati OCSE, il cuneo si attesta intorno al 46%, sempre ben sopra la media continentale del 41%.

Il confronto con altri Paesi europei è impietoso: la Spagna si ferma al 40,6%, l’Irlanda al 35,2%. Solo Belgio, Germania e Francia — Paesi che, come l’Italia, finanziano un welfare esteso soprattutto tramite contributi legati al lavoro — presentano livelli di tassazione del lavoro comparabili o superiori ai nostri.

In pratica: quasi la metà di ogni euro speso da un’azienda per un dipendente non arriva mai in busta paga.

Perché questo dato riguarda direttamente le famiglie in difficoltà

Il cuneo fiscale alto non è un tecnicismo per addetti ai lavori: è uno dei motivi strutturali per cui, anche con un lavoro stabile, molte famiglie italiane faticano ad arrivare a fine mese. Se un lavoratore percepisce solo poco più della metà di quanto costa realmente alla propria azienda, il margine per risparmiare, affrontare spese impreviste o far fronte a un aumento del costo della vita si restringe drasticamente.

È un fattore che si somma alle altre pressioni già note: l’inflazione degli ultimi anni, il costo crescente degli affitti e dei mutui, le bollette. Ma a differenza di questi fenomeni più visibili e discussi, il peso della tassazione sul lavoro agisce in modo silenzioso, mese dopo mese, riducendo strutturalmente la capacità di spesa e di risparmio delle famiglie, anche in assenza di crisi congiunturali.

I tentativi di intervento e i loro limiti

Il tema non è nuovo nel dibattito politico italiano. Il taglio del cuneo fiscale, reso strutturale con la Legge di Bilancio, prevede oggi un bonus fiscale per i redditi da lavoro dipendente fino a 20.000 euro (esente da IRPEF) e una detrazione di 1.000 euro per i redditi tra 20.000 e 32.000 euro. Per il 2026 è stata inoltre introdotta una riduzione di due punti dell’aliquota del secondo scaglione IRPEF, con un beneficio che varia tra 40 e 440 euro l’anno a seconda del reddito.

Sono interventi reali, ma di portata limitata rispetto alla dimensione del problema. Un dato aiuta a inquadrare la questione: in vent’anni il cuneo fiscale italiano è sceso di appena un punto percentuale. Gli sgravi degli ultimi anni, per quanto utili, si muovono su un terreno che resta strutturalmente sfavorevole al lavoratore rispetto alla media europea.

Un piccolo segnale positivo, ma non risolutivo

Va segnalato che, secondo lo stesso rapporto OCSE, per specifiche composizioni familiari (in particolare i nuclei con due figli) il cuneo fiscale italiano è diminuito di oltre un punto percentuale nell’ultimo anno, grazie a maggiori detrazioni per i lavoratori con salario medio. È un segnale nella direzione giusta, ma va contestualizzato: si tratta di un miglioramento modesto e circoscritto a specifiche categorie di lavoratori, non di un’inversione della tendenza generale.

Un fattore da tenere sempre presente

Quando si analizzano le cause della fragilità economica delle famiglie italiane, è facile concentrarsi sui fattori più visibili: prezzi in aumento, salari fermi, difficoltà di accesso al credito. Il cuneo fiscale merita lo stesso livello di attenzione, perché agisce a monte di tutti questi fenomeni: determina quanto, di ogni euro guadagnato con il lavoro, resta davvero nelle tasche di chi lavora. Ed è un dato su cui l’Italia, nel confronto europeo, parte da una posizione strutturalmente sfavorevole.

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