Il divario di genere in Italia non riguarda soltanto la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Le differenze occupazionali e retributive incidono sulla capacità di sostenere le spese quotidiane, accumulare risparmi, affrontare gli imprevisti e costruire una pensione adeguata.
Il Rendiconto di Genere 2025, presentato il 24 febbraio 2026 dal Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’INPS, conferma la permanenza di condizioni di svantaggio femminile in ambito lavorativo, familiare, sociale e previdenziale.
I dati raccontano un fenomeno che non coinvolge soltanto le singole lavoratrici. Quando in una famiglia uno dei redditi è più basso, discontinuo o assorbito dal lavoro di cura, l’intero nucleo dispone di meno risorse per affrontare mutuo, affitto, bollette, rate e spese impreviste.
Divario di genere in Italia e occupazione femminile
Nel 2024 il tasso di occupazione delle donne tra 15 e 64 anni si è attestato al 53,3%, contro il 71,1% degli uomini. La distanza è quindi pari a 17,8 punti percentuali.
La differenza emerge anche osservando la qualità dell’occupazione. Tra le nuove assunzioni a tempo indeterminato registrate nel 2024, le donne rappresentano il 36,7%, mentre gli uomini raggiungono il 63,3%.
Considerando i lavoratori dipendenti del settore pubblico e privato già occupati, la componente femminile sale al 44,3% tra i contratti a tempo indeterminato. La presenza delle donne diventa invece maggioritaria, con il 51,9%, nei rapporti a termine.
Questi dati segnalano una minore partecipazione femminile al lavoro e una maggiore concentrazione nelle forme contrattuali meno stabili. Un contratto a termine, però, può rendere più difficile programmare le spese, ottenere un finanziamento o affrontare un impegno economico di lunga durata.
Part-time e divario di genere in Italia
Nel 2024 le lavoratrici rappresentano il 67,2% delle persone occupate con contratto part-time nel settore pubblico e privato: circa 2,78 milioni di donne contro 1,35 milioni di uomini.
Il dato non significa che il 67,2% di tutte le lavoratrici italiane abbia un contratto part-time. Indica, invece, che su cento lavoratori part-time, circa 67 sono donne. È una precisazione importante per evitare una lettura errata della statistica.
Anche il part-time involontario presenta una forte differenza: riguarda il 13,7% delle donne occupate, contro il 4,6% degli uomini. Sebbene il fenomeno risulti in diminuzione per il quinto anno consecutivo, tra le donne la sua incidenza resta quasi tripla.
Lavorare meno ore senza averlo scelto significa percepire un reddito inferiore e versare meno contributi. Nel tempo, questa condizione può produrre conseguenze sia sul bilancio familiare sia sull’importo della futura pensione.
Retribuzioni femminili ancora inferiori
Nel settore privato, la retribuzione media giornaliera rilevata dall’INPS è pari a 82,63 euro per le donne e a 111,25 euro per gli uomini. Calcolata rispetto alla retribuzione maschile, la differenza è del 25,73%.
Nel settore pubblico il divario è più contenuto, ma rimane significativo: la retribuzione media giornaliera è di 113,50 euro per le donne e di 142,70 euro per gli uomini, con una differenza del 20,50%.
Il dato aggregato non misura esclusivamente una diversa retribuzione a parità di mansioni. Può riflettere anche differenze relative a orari, settori professionali, qualifiche, continuità lavorativa e progressioni di carriera. Resta però evidente che le donne dispongono mediamente di minori entrate da lavoro.
Un reddito più basso riduce la capacità di risparmiare e rende più difficile assorbire un aumento delle bollette, una spesa sanitaria, la perdita temporanea del lavoro o il rincaro di una rata.
Donne più istruite, ma meno presenti ai vertici
Nel 2024 le donne rappresentano il 52,6% dei diplomati. Sono maggioritarie anche nei percorsi universitari: nelle lauree di primo livello raggiungono il 59,4%, mentre nelle lauree magistrali rappresentano il 57,8%.
Questa maggiore presenza nei percorsi formativi non si traduce, però, in una partecipazione equivalente ai ruoli professionali più elevati.
Tra i lavoratori con qualifica dirigenziale, le donne rappresentano soltanto il 21,8%. Tra i quadri, la componente femminile raggiunge il 33,1%.
La distanza tra livello di istruzione e avanzamento professionale contribuisce a mantenere il divario di genere in Italia, limitando l’accesso delle donne alle posizioni caratterizzate da maggiore stabilità, responsabilità e retribuzione.
Il lavoro di cura limita la continuità professionale
La distribuzione del lavoro familiare continua a incidere in misura maggiore sulle donne. Congedi, interruzioni lavorative, riduzioni dell’orario e rinunce professionali possono rallentare la carriera e ridurre sia il reddito corrente sia la futura contribuzione previdenziale.
Anche la disponibilità dei servizi educativi per la prima infanzia presenta forti differenze territoriali. I dati riportati nel Rendiconto mostrano una media nazionale di poco superiore a 30 posti autorizzati ogni cento bambini tra zero e due anni.
L’Umbria raggiunge 46,5 posti, mentre Emilia-Romagna e Valle d’Aosta superano o si avvicinano a quota 43. In altre regioni, soprattutto nel Mezzogiorno, la disponibilità scende sensibilmente.
L’assenza di servizi accessibili può costringere uno dei genitori a ridurre o sospendere l’attività lavorativa. Nella maggior parte dei casi, questa scelta continua a ricadere sulla donna.
Il divario prosegue nelle pensioni
Le differenze accumulate durante la vita professionale producono conseguenze anche dopo il pensionamento.
Nel Fondo pensioni lavoratori dipendenti, l’importo medio delle pensioni di anzianità o anticipate è pari a circa 1.752 euro per le donne e 2.351 euro per gli uomini, con una differenza del 25,1%.
Per le pensioni di invalidità dello stesso fondo, gli importi medi sono rispettivamente di circa 646 e 950 euro, con un divario del 31,5%. Nelle pensioni di vecchiaia, le donne percepiscono mediamente circa 761 euro, contro 1.360 euro degli uomini: la differenza raggiunge il 44,2%.
Questi dati riguardano le prestazioni del Fondo pensioni lavoratori dipendenti e non devono essere estesi automaticamente a tutte le gestioni previdenziali. Il fenomeno generale resta comunque evidente: carriere discontinue, part-time, retribuzioni inferiori e minori progressioni professionali possono tradursi in pensioni più basse.
Dalla disparità economica alla fragilità familiare
Il divario di genere in Italia è anche un fattore di fragilità economica. Una donna con reddito ridotto o discontinuo dispone di una minore autonomia finanziaria e può incontrare maggiori difficoltà dopo una separazione, una malattia, la perdita del lavoro o la morte del coniuge.
La vulnerabilità può aumentare soprattutto nelle famiglie monoreddito, nei nuclei monoparentali e nelle situazioni in cui la donna ha trascorso lunghi periodi fuori dal mercato del lavoro per assistere figli o familiari.
Quando le entrate non sono sufficienti a sostenere contemporaneamente spese essenziali e debiti, una difficoltà inizialmente temporanea può trasformarsi in una crisi più complessa. Per approfondire questo passaggio è possibile consultare anche gli altri contenuti del Centro Studi sulla crisi economica delle famiglie.
Una disuguaglianza che coinvolge tutta la famiglia
I dati del Rendiconto di Genere 2025 mostrano che le disuguaglianze tra uomini e donne attraversano l’intero ciclo della vita: ingresso nel mercato del lavoro, tipo di contratto, retribuzione, carriera, cura familiare e pensionamento.
Affrontare il divario non significa soltanto perseguire un principio di parità. Significa rafforzare l’autonomia economica delle donne e, contemporaneamente, la capacità delle famiglie di sostenere le spese, affrontare gli imprevisti e prevenire situazioni di indebitamento non più gestibili.