Al momento stai visualizzando Occupati record: cosa misurano davvero i numeri sul lavoro.

Ad agosto 2026 gli occupati in Italia erano 24 milioni 352 mila, 291 mila in più rispetto a un anno prima, secondo le stime provvisorie dell’Istat riportate dall’ANSA. Nel secondo trimestre 2026 il tasso di occupazione ha raggiunto il 63,1%. Sono numeri che nel dibattito pubblico vengono spesso presentati come record.

Per leggerli correttamente servono due informazioni che raramente accompagnano i titoli: chi viene contato come occupato, e che cosa questi dati non dicono sulla qualità del lavoro. Questo approfondimento prova a metterle in fila, con le fonti ufficiali.

Chi è occupato per l’Istat

Per l’Istat è occupato chi, nella settimana di riferimento dell’indagine, ha svolto almeno un’ora di lavoro retribuito o finalizzato a un guadagno. Sono contati anche i coadiuvanti familiari non retribuiti e chi è temporaneamente assente, per esempio per ferie, malattia o maternità.

La definizione non dipende dal contratto: comprende anche il lavoro irregolare. E non distingue tra chi lavora un’ora e chi ne lavora quaranta.

Non è un criterio nuovo. La soglia di un’ora compare già nel glossario Istat della rilevazione sulle forze di lavoro con i dati del 2013 e del 2014. Secondo l’Istituto, con l’indagine continua avviata nel 2004 la rilevazione è stata armonizzata con le disposizioni europee e con gli standard condivisi a livello internazionale.

Cosa è cambiato dal 2021, e in che direzione

Dal 1° gennaio 2021 l’Istat applica il regolamento europeo 2019/1700, che ha modificato i criteri per classificare come occupato chi è assente dal lavoro. La regola generale è diventata la durata dell’assenza: chi è assente da più di tre mesi non è più considerato occupato, con alcune eccezioni come maternità, malattia e formazione pagata dal datore di lavoro.

In concreto sono cambiati tre casi:

  • i lavoratori in cassa integrazione da più di tre mesi non sono più occupati, anche se ricevono almeno metà della retribuzione;
  • i lavoratori autonomi assenti da più di tre mesi non sono più occupati, anche se l’attività è solo sospesa;
  • chi è in congedo parentale resta occupato anche oltre i tre mesi e con una retribuzione inferiore alla metà.

Un punto spesso frainteso: la nuova definizione non ha gonfiato il numero degli occupati, lo ha ridotto. Ricalcolando il 2020 con i nuovi criteri, l’Istat ha stimato in media 22 milioni 666 mila occupati, contro 22 milioni 904 mila con la vecchia definizione: 238 mila in meno. L’effetto è stato forte soprattutto durante il lockdown, quando molti lavoratori erano in cassa integrazione. Negli anni 2018 e 2019 la differenza sul tasso di occupazione non superava 0,1 punti.

Oltre la quantità: la qualità del lavoro

Il numero degli occupati dice quante persone lavorano, non quanto lavorano né quanto guadagnano. Per questo l’Istat ed Eurostat pubblicano altri indicatori, che vanno letti insieme al dato principale.

Indicatore Dato Periodo Fonte
Part-time involontario, sul totale degli occupati 8,5% (donne 13,7%, uomini 4,6%) 2024 Istat, rapporto Bes
Lavoratori a rischio di povertà (18 anni e più) 10,2% 2025 Eurostat
Quota di part-time sulle posizioni lavorative dipendenti 28,9% II trimestre 2026 Istat
Retribuzioni contrattuali di cassa per dipendente +1,5% in un anno II trimestre 2026 Istat
Dipendenti a termine 2 milioni 391 mila, 563 mila in meno rispetto ad agosto 2023 agosto 2026 Istat, via ANSA

Part-time involontario significa lavorare a orario ridotto non per scelta, ma perché non si è trovato un lavoro a tempo pieno. Tra le donne con un part-time, quasi una su due (45,8%) è in questa condizione.

Il rischio di povertà dei lavoratori indica la quota di persone che lavorano ma vivono in famiglie con un reddito sotto la soglia di povertà relativa. In Italia riguarda circa un lavoratore su dieci.

Non tutti gli indicatori vanno nella stessa direzione. Il calo dei contratti a termine e la crescita dei dipendenti permanenti, oltre un milione in più rispetto ad agosto 2023, sono segnali di maggiore stabilità. La quota di part-time involontario e il rischio di povertà dei lavoratori mostrano invece che avere un lavoro non sempre basta a garantire sicurezza economica.

E le famiglie?

Il lavoro si misura sulle persone, ma il reddito si vive in famiglia. Il 15 ottobre 2026 l’Istat ha pubblicato i dati sulla povertà nel 2025: oltre 2,1 milioni di famiglie sono in povertà assoluta, l’8,0% del totale, cioè non possono permettersi le spese minime essenziali. Le persone coinvolte sono oltre 5,4 milioni, il 9,3% dei residenti. Rispetto al 2024 l’Istat descrive la situazione come stabile.

Il dato più significativo per questo tema riguarda le famiglie in cui la persona di riferimento lavora.

Persona di riferimento della famiglia Famiglie in povertà assoluta
In cerca di occupazione 20,7%
Operaio o assimilato 14,3%
Occupata (in generale) 8,5%
Ritirata dal lavoro 5,2%

Tra le famiglie in cui la persona di riferimento è un operaio, una su sette è in povertà assoluta: un’incidenza quasi tripla rispetto a quella delle famiglie di pensionati. Avere un lavoro riduce il rischio di povertà rispetto a chi lo cerca, ma non lo elimina.

Il peso maggiore ricade su chi ha figli: sono in povertà assoluta oltre 656 mila famiglie con minori, l’11,2%, e oltre 1 milione 136 mila bambini e ragazzi, il 12,5% dei minori residenti.

Con la povertà relativa, che misura la distanza dal tenore di vita medio, le famiglie coinvolte salgono al 10,8%, oltre 2,8 milioni.

Come leggere i numeri

Gli stessi dati si prestano a letture diverse, e ciascuna coglie una parte della realtà.

Chi mette l’accento sulla crescita ha dalla sua numeri solidi: più occupati, meno inattivi, più contratti stabili e meno contratti a termine. Chi mette l’accento sulla qualità del lavoro può citare la diffusione del part-time involontario, la quota di lavoratori a rischio di povertà e retribuzioni contrattuali cresciute dell’1,5% in un anno.

C’è poi un aspetto demografico: ad agosto 2026 gli occupati con 50 anni e più erano 10 milioni 520 mila, 367 mila in più in un anno. È più dell’intero aumento annuo degli occupati (291 mila): sotto i 50 anni, nel complesso, gli occupati sono diminuiti.

La domanda utile, per chi vuole capire, non è solo quanti lavorano, ma quanto lavorano, con quale contratto e con quale reddito. Il tasso di occupazione è un indicatore importante, ma da solo non racconta la condizione economica di chi lavora.

Questo approfondimento ha finalità informative e non esprime valutazioni sulle politiche di alcun governo.

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