Al momento stai visualizzando Rottamazione cartelle: quando la sanatoria non basta più

La rottamazione non può sostituire una politica strutturale sulla riscossione

La rottamazione delle cartelle viene spesso presentata come una risposta semplice a un problema complesso: il debito fiscale accumulato da famiglie, lavoratori autonomi e imprese. Ma i dati più recenti indicano una realtà diversa. Le definizioni agevolate possono offrire una finestra di regolarizzazione, ma non risolvono da sole il nodo centrale: la difficoltà del sistema di trasformare i crediti iscritti a ruolo in incassi effettivi.

La Relazione sul Rendiconto generale dello Stato 2025 della Corte dei conti, presentata il 24 giugno 2026, fotografa un sistema in cui il contributo delle definizioni agevolate alla riscossione complessiva è in calo. Nel 2025 il riscosso complessivo a mezzo ruolo è stato pari a 16,794 miliardi di euro; di questi, 4,516 miliardi derivano da definizioni agevolate, pari al 26,9% del totale. Nel 2023 la quota era del 48,7%, mentre nel 2024 era scesa al 33,9%.

Il dato non significa che le rottamazioni non producano alcun effetto. Significa, piuttosto, che il loro impatto tende a ridursi nel tempo e che una parte crescente del risultato dipende dalla capacità del contribuente di mantenere gli impegni assunti dopo l’adesione.

Il problema non è solo aderire, ma riuscire a pagare

La criticità più evidente riguarda le decadenze. Secondo la ricostruzione pubblicata da PMI.it sui dati della Relazione, la riammissione dei contribuenti decaduti dalla rottamazione, prevista dalla legge n. 15/2025, ha riguardato circa 199 mila contribuenti, generando 432 milioni di euro di incassi, ma lasciando già nel primo anno 929 milioni di euro di rate scadute e non versate. (PMI.it)

Questo passaggio è decisivo. La definizione agevolata funziona solo se il piano è sostenibile. Se il contribuente aderisce per fermare temporaneamente la pressione della riscossione, ma non ha una reale capacità di pagamento, il rischio è che la sanatoria diventi una parentesi: sospende il problema, ma non lo risolve.

In questo senso, la rottamazione può trasformarsi da strumento di regolarizzazione a meccanismo di rinvio. Il contribuente entra nella procedura, beneficia degli effetti temporanei dell’adesione, poi decade e rientra nella riscossione ordinaria, spesso in una condizione economica non migliore di quella iniziale.

Il magazzino fiscale resta enorme

Il dato più rilevante, però, riguarda il cosiddetto “magazzino” dei crediti da riscuotere. Alla data del 31 dicembre 2025, il carico contabile residuo affidato all’Agente della riscossione dal 1° gennaio 2000 ammonta a circa 1.331 miliardi di euro. La tabella allegata alla documentazione MEF-AdER indica, in particolare, un carico ruoli affidato pari a 1.957,04 miliardi, sgravi e quote annullate per 431,35 miliardi, riscosso per 194,67 miliardi e un carico residuo contabile pari a 1.331,01 miliardi.

Non tutto questo importo è realisticamente recuperabile. La stessa rappresentazione gestionale distingue tra crediti sospesi, posizioni in procedura concorsuale, soggetti deceduti o ditte cessate, contribuenti già sottoposti ad azioni cautelari o esecutive e posizioni ancora da lavorare. Secondo la tabella, il “magazzino residuo” effettivamente ancora da sottoporre ad azioni di recupero è pari a circa 93,09 miliardi, cioè il 7% del carico residuo contabile.

Questo dato impone una riflessione pubblica: continuare a intervenire solo con nuove finestre di rottamazione rischia di non incidere sulle cause strutturali dell’accumulo del debito fiscale.

Dalle sanatorie alla riscossione coattiva

Il calo dell’incidenza delle definizioni agevolate si accompagna a un maggiore ricorso alle azioni esecutive. PMI.it riporta che nel 2025 i pignoramenti sono saliti a 772.653, con un aumento del 25,2% rispetto al 2024. Lo stesso dato compare anche nell’atto di sindacato ispettivo pubblicato sul sito del Senato, secondo cui Agenzia delle entrate-Riscossione avrebbe intensificato le azioni esecutive. (PMI.it)

Il passaggio dalla rottamazione alla riscossione coattiva è il punto più delicato per famiglie e imprese. Chi decade da una definizione agevolata non torna a una situazione neutra: rientra nel perimetro ordinario della riscossione, con il possibile riavvio di fermi, ipoteche, intimazioni e pignoramenti, nei limiti previsti dalla legge.

Per questo motivo la scelta di aderire a una rottamazione non dovrebbe essere valutata solo sulla convenienza apparente dello stralcio di sanzioni e interessi. Dovrebbe essere valutata soprattutto sulla sostenibilità concreta del piano.

La rottamazione-quinquies riparte con lo stesso interrogativo

La nuova rottamazione-quinquies, introdotta dalla legge 30 dicembre 2025, n. 199, riguarda i carichi affidati agli agenti della riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2023, nei casi indicati dalla norma. Il pagamento può avvenire in unica soluzione entro il 31 luglio 2026 oppure in un massimo di 54 rate bimestrali, con interessi al 3% annuo dal 1° agosto 2026 in caso di pagamento rateale.

La norma consente di estinguere determinati debiti senza corrispondere somme affidate a titolo di interessi, sanzioni, interessi di mora e aggio, versando capitale e spese di procedura e notifica. Tuttavia, il mancato o insufficiente versamento dell’unica rata, di due rate anche non consecutive o dell’ultima rata determina l’inefficacia della definizione, con ripresa del recupero dei carichi.

La domanda, quindi, non è solo quanti contribuenti aderiranno alla nuova rottamazione. La domanda vera è quanti riusciranno a rispettarla fino alla fine.

Il nodo sociale: debito fiscale e sostenibilità reale

Il tema non è soltanto contabile. Dietro le cartelle ci sono imprese che hanno perso liquidità, lavoratori autonomi che hanno accumulato imposte non versate, famiglie che hanno visto sovrapporsi debiti fiscali, bancari e contributivi.

Una politica pubblica efficace dovrebbe distinguere tra chi usa le sanatorie in modo puramente dilatorio e chi si trova realmente in una crisi economica. Per i primi serve una riscossione più efficiente. Per i secondi servono strumenti di ristrutturazione sostenibili, accessibili e coordinati con la realtà reddituale del debitore.

Continuare a riaprire termini senza affrontare la capacità effettiva di pagamento significa lasciare intatto il problema. La rottamazione può essere utile quando è parte di un percorso ordinato. Diventa fragile quando è l’unico strumento offerto a chi non riesce più a reggere il peso complessivo dei propri debiti.

Il dato che emerge dalla Relazione della Corte dei conti è chiaro: il sistema ha bisogno di meno soluzioni emergenziali e di più strumenti strutturali. Perché il debito fiscale, quando non viene governato, non scompare. Si accumula, decade, torna in riscossione e, alla fine, ricade sulle persone e sul tessuto economico del Paese.

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