C’è un nuovo termine per un vecchio problema: si chiama friendflation, dall’unione delle parole inglesi “friend” e “inflation”, e descrive la pressione a spendere pur di non restare fuori dai riti sociali del proprio gruppo. Ma dietro la parola d’importazione, per le famiglie italiane, c’è una realtà molto concreta: anche le amicizie sono diventate una voce di bilancio che non tutti riescono più a sostenere.
Il paradosso italiano: si esce meno, ma si spende di più
Secondo i dati Circana presentati a gennaio 2026 al Sigep World di Rimini, gli italiani spendono ogni anno circa 71 miliardi di euro in cibo e bevande fuori casa, il 12% in più rispetto a sette anni fa. Un numero che racconterebbe un Paese più propenso a uscire, se non nascondesse in realtà il fenomeno opposto: si esce sempre meno, eppure quando si esce si spende di più.
A pesare sono due fattori che si sommano: da un lato il rincaro reale di ristoranti, alloggi e viaggi; dall’altro l’innalzamento degli standard minimi di partecipazione sociale, spinto anche dai social network, dove ogni cena o weekend diventa un contenuto da mostrare. Un contesto in cui l’inflazione continua a incidere sul potere d’acquisto delle famiglie: a maggio 2026 ha raggiunto il 3,2% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, secondo i dati Istat.
I giovani, i più esposti
Sono soprattutto le nuove generazioni a subire il peso della friendflation. Uno studio di Intuit Credit Karma ha rilevato che quasi un giovane su due — il 47% della Gen Z e il 36% dei Millennial — ha preso in considerazione l’idea di chiudere un’amicizia proprio a causa delle abitudini di spesa dell’altra persona.
Il meccanismo psicologico che spinge molti giovani ad accettare spese che non possono permettersi ha un nome preciso: FOMO, la paura di restare esclusi da un’esperienza condivisa. Chi non riesce a stare al passo con il gruppo rischia di sentirsi inadeguato, o peggio, di essere progressivamente escluso — con l’effetto paradossale di isolare proprio chi è già in difficoltà economica.
Per Andrea Palmas, consulente finanziario interpellato da Tgcom24, il problema va oltre l’inflazione dei prezzi: sono cresciute anche le aspettative sociali, amplificate dai social, mentre all’interno degli stessi gruppi di amici le disponibilità economiche divergono sempre di più nel tempo. Il rifiuto di un invito, osserva Palmas, spesso non nasce dal disinteresse ma da un vincolo economico che si preferisce non dichiarare — una forma di esclusione silenziosa di cui si parla ancora troppo poco.
Il costo nascosto: debiti per non restare indietro
È qui che la friendflation smette di essere un tema di costume e diventa un tema di bilancio familiare. L’effetto più concreto, secondo Palmas, è che molte persone finiscono per accettare inviti che non potrebbero davvero permettersi, rimandando il conto a fine mese — un rinvio che, ripetuto nel tempo, può trasformarsi in un piccolo accumulo di debiti “sociali” che si sommano alle altre difficoltà economiche della famiglia.
Non è un caso isolato: si tratta della stessa dinamica di impoverimento silenzioso che il Centro Studi osserva ogni giorno analizzando bilanci familiari, rate, finanziamenti e sovraindebitamento. La differenza è che qui il debito nasce da un bisogno d’appartenenza, non da una necessità primaria — ma il rischio finanziario per chi ne è coinvolto è reale.
Una generazione che comincia a ridefinire le regole
Non tutto, però, è rinuncia passiva. Secondo la ricerca Together Lab (Heineken Italia e Università Iulm, condotta su oltre 14.400 contenuti social pubblicati da giovani tra i 18 e i 35 anni), sta emergendo una generazione che sta riscrivendo i propri rituali di socialità per renderli più sostenibili: crescono i momenti conviviali vissuti in casa (28% dei contenuti analizzati), una cultura della moderazione più inclusiva (12%) e il cibo condiviso come nuovo linguaggio delle relazioni (10%).
Cosa suggeriscono gli esperti
Il consiglio più concreto che arriva dagli specialisti interpellati è di trattare la socialità come una vera voce di bilancio, allo stesso modo di affitto, bollette o spesa alimentare, destinando prima una quota del reddito a risparmio ed essenziali, e solo dopo decidendo come utilizzare il resto. Non si tratta di rinunciare alla vita sociale, ma di imparare — anche in famiglia, anche tra amici — a parlare di soldi senza vergogna, prima che il silenzio si trasformi in un debito silenzioso quanto reale.