In Italia oggi lavorare full time non significa automaticamente vivere dignitosamente. Sempre più persone, pur avendo un impiego stabile, si ritrovano ogni mese a fare i conti con bollette, spese impreviste e carrelli della spesa sempre più leggeri. Insomma, riuscire a sbarcare il lunario è diventata una fatica quotidiana. Questa realtà ha un nome preciso: povertà lavorativa. E non è un’eccezione, ma una condizione che riguarda quasi un italiano su dieci.
Nel corso dell’articolo parleremo di come la povertà colpisce chi lavora, anche a tempo pieno, e di quanto contino il tipo di contratto, la zona in cui si vive e il livello di istruzione. Vedremo perché i giovani sono tra i più esposti, cosa dicono i dati sull’istruzione e come va tra Sud e Nord.
Sempre più povertà lavorativa, anche se si lavora a tempo pieno
Non è più una novità: avere un lavoro non basta per uscire dalla povertà lavorativa. Lo dicono i dati Eurostat del 2024: in Italia il 9% dei lavoratori guadagna meno del 60% dello stipendio medio nazionale. Una cifra che fa riflettere. Il confronto con altri Paesi europei è impietoso. In Germania, dove lo stipendio medio è più alto, questa percentuale scende al 3,7%. In Finlandia addirittura al 2,2%.
Numeri così alti non si spiegano solo con i contratti part-time o precari. Anche chi ha un contratto di apprendistato o un impiego regolare può ritrovarsi comunque a corto di denaro. Il problema non riguarda solo gli operai o gli impiegati. Anche i lavoratori autonomi sono colpiti, e con più forza: il 17,2% rientra nella fascia di povertà lavorativa. Parliamo ora dei giovani, che rappresentano la fascia più colpita.
I giovani pagano il prezzo più alto
Tra i 16 e i 29 anni, il rischio di povertà lavorativa è ancora più marcato: l’11,8% dei giovani lavoratori si trova in condizioni di disagio economico. La precarietà dei primi impieghi, i tirocini sottopagati, l’apprendistato over 29 che non decolla come dovrebbe sono solo alcune delle cause. C’è un’altra verità che pesa: studiare aiuta, ma non sempre salva.
Chi ha completato solo la scuola dell’obbligo ha molte più probabilità di restare povero. L’istruzione superiore, invece, può fare la differenza. Tra chi ha una laurea, la percentuale scende drasticamente. Ma anche tra i laureati, trovare l’equilibrio tra laurea mentre si lavora e un reddito stabile non è semplice. Vediamo ora le differenze che emergono tra Nord e Sud.
Nord e Sud: due Italie, due destini
La differenza tra ricchi e poveri in Italia passa anche per il codice di avviamento postale. Al Sud, i lavoratori poveri sono molti di più rispetto al Nord, dove la situazione è più stabile, almeno per chi lavora in proprio. Non parliamo solo di stipendi: al Sud pesano anche i servizi carenti, i trasporti lenti e le meno opportunità. Le ferie per dipendenti degli enti locali, ad esempio, variano molto a seconda della regione. Una situazione insomma non proprio positiva al Sud.